Il segreto della lunga vita è stato uno dei temi del nono convegno mondiale THE FUTURE OF SCIENCE tenutosi a Venezia lo scorso settembre. La manifestazione rientra in un ciclo di conferenze internazionali annuali organizzate congiuntamente dalla Fondazione Umberto Veronesi, la Fondazione Silvio Tronchetti Provera e la Fondazione Giorgio Cini.

L’obbiettivo di queste conferenze è di esaminare l’importanza dello sviluppo scientifico come mezzo per migliorare la qualità della vita umana e per delineare un nuovo ruolo per la scienza nella società del terzo millennio. Quest’anno esperti di fama internazionale specializzati in diverse sfere e discipline sono stati invitati per comunicare il proprio punto di vista sul tema della longevità.

Il dottor Giuseppe Pellicci, direttore del dipartimento di Oncologia sperimentale presso l’Istituto Europeo di Oncologia a Milano, ha esposto uno studio sui geni dell’invecchiamento valutando la correlazione tra patrimonio genetico ed invecchiamento. Lo studio ha esaminato l’effetto di una deplezione genetica su un gruppo di topi di laboratorio. Il gruppo preso in esame è stato selezionato in modo da essere incapace di produrre la proteina P66. Nei topi questa carenza è induce resistenza all’obesità, all’aterosclerosi, al diabete ed alle ischemie.

I topi sembravano così avere una vita più lunga e sana. Esponendo però il gruppo a condizioni che riproducessero la vita selvatica (carenza di cibo e temperature invernali) è stato osservato che i topi erano privi di proteina P66 non riuscivano ad adattarsi a causa della maggior difficoltà di accumulo di tessuto adiposo termoisolante e delle ridotte capacità di procreazione.

In pratica si è scoperto che gli stessi geni (responsabili della produzione della proteina) permettevano in condizioni naturali l’adattamento e la sopravvivenza della specie mentre in condizioni artificiali (cibo sempre a disposizione e ambiente climaticamente favorevole) inducevano malattie metaboliche e cardiovascolari.

La scoperta mette in evidenza che l’importanza dei presunti geni dell’invecchiamento dipende in realtà dalle condizioni di vita presenti e che si deve essere cauti nella valutazione genetica di soggetti osservati nelle condizioni di vita artificiali di un laboratorio.

Il professor Luigi Fontana del diparimento di Medicina della Facoltà di Medicina dell’Università di Salerno e docente alla Washington University Medical School di St.Louis espone le sue osservazioni circa l’efficacia di un regime alimentare ristretto nel rallentare l’invecchiamento e nel prevenire lo sviluppo di malattie croniche. Lo studio basato su modelli animali ed umani ha evidenziato come una riduzione del 25% di apporto calorico alimentare giornaliero abbia effetti assolutamente favorevoli sulla riduzione di patologie metaboliche, cardiovascolari e oncologiche. Si tratta di un regime alimentare ristretto, ma non carenziale. La dieta consigliata era in grado di soddisfare tutti i fabbisogni giornalieri evitando però gli eccessi calorici.

Risulterebbe ottimo il modello di dieta mediterraneo, ricco di frutta e verdura. L’apporto di latticini e carne dovrebbe essere moderato, quello di dolci notevolmente ridotto. Fondamentale importanza avrebbero anche la maggiore introduzione alimentare di sostanze antiossidanti ed acidi grassi essenziali (pesce).

Questo regime dietetico nell’uomo comporterebbe un calo molto significativo della pressione arteriosa, una miglioramento del controllo glicemico ed una modulazione positiva sul sistema immunitario, con riduzione dell’incidenza di patologie infiammatorie e miglioramento dell’efficienza delle difese immunitarie nei confronti di infezioni e tumori.
Negli studi sugli animali è stato dimostrato che sostituendo le proteine animali con proteine vegetali nella dieta si ridurrebbe del 50 % l’incidenza di malattie oncologiche.

Anche le osservazioni del professor Friedman , professore di Psicologia all’università della California, sottolineano l’importanza dell’influenza dei fattori ambientali sulla longevità, ma secondo una prospettiva del tutto inaspettata. 
Friedman riprende lo studio denominato Longevity Project in cui oltre 1500 persone sono state studiate ed osservate a partire dal 1920 per circa ottanta anni.

La moltitudine di dati raccolti ha creato uno studio retrospettivo che ha smentito molte false convinzioni. Il patrimonio genetico di un individuo influenzerebbe solo del trenta per cento le sue probabilità di lunga vita. La longevità inoltre sembrerebbe legata non tanto al conseguimento di modelli di vita ideali, ma ad uno stile di vita coscienzioso e consapevole.

Le persone più longeve sarebbero quelle in grado di affrontare con maggior senso della misura le varie situazioni della vita. L’attività fisica intensa o il ricorso a regimi alimentari ristretti sembrerebbe aver favorito alcuni, ma non sono stati evidenziati modelli di comportamento applicabili a tutti gli individui. In generale la longevità è stata assicurata da uno stile di vita adattato alle proprie esigenze. Un lavoro stressante o faticoso fa vivere più a lungo se chi lo fa è felice di farlo mentre un lavoro leggero e sgradito, portato avanti con spirito di accettazione, può accorciare l’esistenza in modo significativo.

L’arte del saper star bene con se stessi porta ad una vita più serena e salutare. Si evitano infatti surrogati della felicità deleteri come alcool, fumo, droghe ed eccesso di cibo. Questi individui sono inoltre in grado di sviluppare relazioni sociali più sane, in ambito familiare, personale o lavorativo.

Accettare se stessi e vivere secondo le proprie reali esigenze, con le persone con cui abbiamo maggiore empatia e dedicandoci a ciò che veramente ci rende più felici ed evitare compromessi forzati, sacrifici inutili e forzature. Questo sembrerebbe essere il vero elisir della lunga vita.