Chirurgia plastica umanitaria: «La mia prima volta in Africa come volontaria»

Oltre 40 interventi eseguiti in 10 giorni, compresi i festivi, senza interruzione. È stato il lavoro dell’èquipe di AicpeOnlus che si è recata a maggio all’ospedale Saint Jean de Dieu di Afagnan, in Togo nell’ambito del “Progetto di chirurgia plastica umanitaria nei paesi in via di sviluppo. Il gruppo era composto dai chirurghi plastici Claudio Bernardi, romano, presidente di Aicpe Onlus, Carlo Carusi, 32enne di Celano (L’Aquila) e Paola Emiliozzi di Rimini, alla sua prima esperienza in missione.

Mamma di due ragazzi di 16 e 18 anni, Emiliozzi lavora come chirurgo plastico a Rimini e Civitanova Marche. «Pur essendo impegnata da anni con il volontariato, non avevo mai partecipato a una missione umanitaria – dice Emiliozzi -. Fino a ora mi ero occupata della raccolta fondi per l’associazione Balò, che provvede a sostenere e far studiare 130 bambini di uno slum di Calcutta e a far lavorare le loro mamme, ma non ero mai stata impegnata in “prima linea”».

L’esperienza in Africa è stata entusiasmante: «Abbiamo visitato più di 70 pazienti ed eseguito oltre 40 interventi in 10 giorni, senza fermarci neanche i giorni festivi – dice Emiliozzi -. È stato molto faticoso, ma anche molto gratificante. Mi ha colpito soprattutto la dignità delle persone nell’affrontare malattie anche gravi, l’educazione e il rispetto. A causa di una scarsa cultura sanitaria, dopo il trauma i pazienti cercano piuttosto un guaritore o uno sciamano e solo dopo mesi o anni, decidono di recarsi all’ospedale, che magari dista qualche giorno di viaggio a piedi».

L’ospedale Saint Jean de Dieu di Afagnan è stato costruito 50 anni fa dall’Ordine religioso dei Fatebenefratelli, conta quasi trecento posti letto ed ha degli ottimi standard per il luogo. «Il reparto chirurgia plastica è attivo solo quando arriviamo noi volontari, quindi con le missioni due o tre volte l’anno – dice Emiliozzi -. Molti avevano malattie che si portavano avanti da anni senza essere curate se non da qualche guaritore o sciamano. Si decide di andare all’ospedale dopo mesi o anche anni, affrontando viaggi a piedi di giorni per farsi curare da noi».

Tra i pazienti, moltissimi bambini: «Numerose le ustioni non curate, soprattutto alle mani e ai piedi: i piccoli spesso sono lasciati incustoditi intorno ai fuochi, sopra i quali sono appoggiati, in maniera estremamente precaria, grandi pentoloni usati per cucinare – dice la volontaria di AicpeOnlus -. Frequentissime anche le ferite, anche perché non si portano scarpe.

La mancanza di illuminazione stradale causa anche incidenti tra vetture e i pedoni che camminano al lato delle carreggiate. Inoltre manca l’acqua corrente, quindi spesso le ferite si infettano e bisogna amputare l’arto. Un bambino è arrivato con l’osso della tibia completamente esposto per metà della sua lunghezza, non manifestando né dolore,né preoccupazione alcuna. All’inizio non capivo cosa fosse ed abbiamo impiegato un po’ a realizzare che cosa fosse quella cosa bianca. Dopo il nostro intervento ricostruttivo di copertura dell’osso e chiusura della ferita, il nostro bimbo era così contento che ha anche fatto un disegno per ringraziarci».

Gli interventi eseguiti sono stati diversi: «Ho operato casi che non avevo mai visto neanche sui libri di specializzazione – ricorda la dottoressa -. Ad esempio abbiamo tolto tre tumori di origine disontogenetica dentale dalle dimensioni spropositate di un grande pompelmo. C’erano anche due anziani: uno aveva l’osso sacro esposto per una vastissima piaga da decubito, un altro il piede completamente ulcerato per il diabete. Abbiamo tolto lesioni cicatriziali enormi (cheloidi) ad alcune donne le quali hanno chiesto il tessuto asportato, per mostrare ai loro mariti che era finita la stregoneria di cui esse erano ritenute vittime».