Generici o di marca? Il rapporto degli italiani coi farmaci

Intervista al prof. Ettore Ambrosioni

Nella percezione collettiva c’è una pressione dall’alto per tagliare la spesa pubblica, che condiziona medici, pazienti e rischia di incidere sulla qualità delle prescrizioni. Ma gli interventi sulle modalità di prescrizione e di accesso ai farmaci cozzano con la personalizzazione del rapporto dei cittadini con il farmaco, che passa anche per la consuetudine, spesso quotidiana, a prendere una certa medicina resa riconoscibile da nome commerciale, confezione, forma e colore.

E’ quanto ha evidenziato l’ultima indagine Censis sull’impatto della prescrizione del principio attivo sulla qualità di cure. Oltre il 47% degli italiani, infatti, ritiene secondo la ricerca che ci sia stato un aumento del peso del fattore economico sull’attività prescrittiva dei medici. D’altro canto, per il 77% le esigenze di ridurre la spesa pubblica per i farmaci pesano molto o abbastanza sull’attività prescrittiva e oltre il 61% registra un aumento della spesa di tasca propria per l’acquisto di farmaci. Ciò vale soprattutto nella scelta tra farmaco di marca e farmaco generico con il 45% degli italiani che dichiara di pagare la differenza di tasca propria per avere quello ‘brand’ piuttosto che quello generico con stesso principio attivo; ad averlo fatto sono soprattutto gli anziani (oltre il 54%), le donne (quasi il 49%) e più ancora le persone con pessimo stato di salute (il 70,6%).

“Il rapporto intimo, soggettivo, di forte personalizzazione con il farmaco vive anche tramite l’investimento di risorse proprie per l’acquisto del farmaco desiderato”, si sottolinea nell’indagine del Censis. La preferenza per il farmaco di marca è più radicata tra gli anziani (47%), gli adulti di età compresa tra 45 e 64 anni (53,1%), le donne (44,1%) e le persone con pessimo stato di salute (quasi il 53%). «Ricorrere al farmaco equivalente non deve diventare un gioco di quanto costa l’uno rispetto all’altro, altrimenti si producono solo svantaggi per il paziente –evidenzia il prof. Ettore Ambrosioni, membro dell’European Society of Hypertension (ESH) e già Direttore della clinica medica dell’Università di Bologna- inoltre quando si sceglie un farmaco non brand bisognerebbe cercar di continuare con il medesimo, senza cambiarlo tra vari generici come invece troppo spesso succede. In generale bisogna star attenti a non generare sfiducia nel paziente, che rischia di confondersi con scatole di tipo diverso e perdere aderenza alla terapia».

Dall’indagine Censis infatti si evidenzia che il rapporto con il farmaco per sua natura entra nelle abitudini quotidiane, si innesta quasi nell’automaticità dei comportamenti più personali di ogni giorno. Ecco perché provocano disagio eventuali cambiamenti relativi al nome del farmaco (73%), alla confezione (oltre il 57%), al colore della compressa (54,2%) e alla forma della compressa (50,7%).

Ciò è più forte per gli anziani (oltre il 79% dichiara di averne per l’eventuale cambio del nome del farmaco), gli uomini (oltre il 73%) e le persone con pessimo stato di salute (quasi il 71%). Inoltre il 30% degli italiani dichiara che si potrebbe confondere se il farmacista gli consegnasse un medicinale contenente lo stesso principio attivo di quello che prende solitamente, ma con una confezione diversa o nome differente.

Il rischio confusione è molto più alto tra gli anziani (oltre il 39%) e le donne (quasi il 28%); si tratta di un’area vasta, socialmente più fragile, e con una consuetudine di rapporto, anche quotidiano con i farmaci. Ecco allora che i cittadini associano farmaco e nome commerciale e fanno di quest’ultimo l’identificativo primo, pur nella consapevolezza che ne esistono altri che sono equivalenti.

Non importa se per i farmaci che si assumono ve ne sono altri con uguale principio attivo, perché rispetto al nome commerciale del farmaco i cittadini si rapportano secondo la logica “questo farmaco è il mio farmaco”.

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